Il Ministero dell’Università e della Ricerca ha ufficialmente dato il via alle procedure per l’accesso ai corsi di laurea in Medicina e chirurgia, Odontoiatria e Medicina veterinaria per l’anno accademico 2026-2027. Qui il comunicato ufficiale.
La Ministra Anna Maria Bernini ha firmato il decreto che conferma l’impianto del cosiddetto “semestre filtro” (o Semestre aperto), introducendo però importanti modifiche per andare incontro alle esigenze degli studenti e garantire più tempo per la preparazione. In questo articolo esploreremo nel dettaglio scadenze, modalità d’esame e le nuove regole della graduatoria.
Iscrizioni e scadenze: come e quando presentare domanda
Il primo passo per gli aspiranti medici è l’iscrizione al portale universitaly.it, attiva dal 13 luglio. Gli studenti hanno tempo fino al 3 agosto 2026 per presentare la domanda di partecipazione. Una data fondamentale da segnare sul calendario è il 5 agosto, termine ultimo per il pagamento del contributo di iscrizione, che ammonta a 250 euro.
Durante la fase di iscrizione, i candidati sono tenuti a indicare:
Almeno 10 sedi preferite per l’eventuale immatricolazione a Medicina/Odontoiatria.
Un corso affine (e almeno 5 sedi dello stesso) in cui concorrere nel caso in cui non si raggiunga una posizione utile nella graduatoria di merito.
Il calendario delle lezioni e il nuovo orario degli appelli
Una delle novità principali del decreto 2026/2027 riguarda l’allungamento dei tempi di studio. Le attività didattiche inizieranno il 1° settembre 2026 e dovranno concludersi obbligatoriamente almeno dieci giorni prima del primo appello.
A differenza dello scorso anno, le date degli esami sono state posticipate per permettere una preparazione più approfondita:
Primo appello: fissato per il 10 dicembre 2026.
Secondo appello: si svolgerà l’11 gennaio 2027, scivolando dopo le festività natalizie.
Risultati: gli esiti del primo appello saranno pubblicati il 23 dicembre, mentre quelli del secondo il 20 gennaio 2027.
Materie d’esame e struttura del test
Il semestre aperto prevede l’accesso libero ai corsi di quattro materie fondamentali, che saranno oggetto delle prove d’esame per la definitiva immatricolazione:
Fisica
Chimica
Propedeutica Biochimica
Biologia
Il test per ogni materia resta composto da 31 domande, divise in 10 a completamento e 21 a risposta multipla. La valutazione può arrivare fino a 30 e lode. Il sistema di punteggio prevede:
1 punto per ogni risposta corretta.
-0,1 punti di penalizzazione per ogni risposta errata.
0 punti per le risposte non date.
Più tempo per i test e pause più lunghe
Ascoltando le richieste degli studenti dopo l’alto numero di bocciature dell’anno precedente, il Ministero ha concesso piccoli ma significativi ritocchi ai tempi d’esame. Per ogni prova, gli studenti avranno a disposizione 50 minuti (5 in più rispetto ai 45 dello scorso anno). Inoltre, è stata raddoppiata la pausa tra una prova e l’altra, che passa da 15 a 30 minuti, per permettere un recupero migliore tra i test di materie diverse sostenuti nella stessa giornata.
La graduatoria nazionale e la regola del “voto migliore”
La graduatoria nazionale verrà pubblicata il 22 gennaio 2027 alle ore 16:00. Sarà divisa in tre sezioni di merito:
Studenti che hanno superato tutti e 3 gli esami.
Studenti che hanno superato almeno due esami con voto minimo di 18/30.
Studenti che hanno superato un solo esame.
Una novità cruciale introdotta quest’anno riguarda il calcolo del punteggio: ai fini della graduatoria verrà considerato automaticamente il risultato migliore tra i due appelli (purché superiore a 18/30). Questo significa che chi decide di ritentare l’esame per migliorare il voto non rischia più di essere penalizzato se dovesse ottenere un punteggio inferiore nella seconda prova.
Cosa succede a chi non supera tutti gli esami?
Gli studenti che risultano in posizione utile in graduatoria ma non hanno superato uno o due esami durante la sessione invernale non perdono il posto. Potranno infatti conseguire i crediti formativi (CFU) mancanti presso la sede di assegnazione entro l’inizio del secondo semestre, in tempo per l’immatricolazione definitiva. Per chi invece non dovesse rientrare in graduatoria, dal 16 febbraio 2027 inizieranno le procedure di assegnazione ai corsi affini indicati in fase di iscrizione.
Strumenti di supporto: la piattaforma gratuita
Per aiutare gli studenti nella preparazione, il MUR e la CRUI, in collaborazione con il CISIA, hanno messo a disposizione la piattaforma gratuita www.semestreaperto-medodovet.it. Il portale offre contenuti didattici, esercitazioni, strumenti di autovalutazione e simulazioni d’esame per affiancare lo studio individuale e le attività organizzate dalle singole università.
L’accesso ai corsi di laurea in Medicina e Chirurgia, Odontoiatria e Veterinaria per l’anno accademico 2026/2027 è ufficialmente alle porte. Il Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) ha recentemente pubblicato i nuovi Syllabus(o sillabi, per chi preferisce l’italiano corrente) che definiscono i contenuti didattici del cosiddetto “semestre filtro” (più propriamente “semestre aperto”), che ha sostituito il test di medicina degli anni scorsi.
In questo articolo analizzeremo cosa cambia rispetto al primo anno di sperimentazione, le materie coinvolte e perché la nuova parola d’ordine per gli studenti è “esercitazione”.
Un Passo Indietro: Dalla Lotteria dei Test al Semestre Filtro
Dallo scorso anno, il sistema di accesso a Medicina ha subito una riforma radicale: sono stati aboliti i classici test a crocette (TOLC) a favore di un semestre aperto. In questo nuovo modello, gli studenti si iscrivono liberamente al primo semestre, seguendo tre insegnamenti fondamentali: Biologia, Fisica, e Chimica con Propedeutica Biochimica. Al termine del periodo, l’ammissione alla graduatoria nazionale dipende dal superamento di tre esami distinti.
Le Criticità del Primo Anno
Il debutto di questo sistema non è stato privo di ostacoli. Molti studenti hanno riscontrato forti criticità, in particolare nel raggiungere il minimo di sufficienza in tutte e tre le materie, requisito essenziale per concorrere alla graduatoria. Questo “collo di bottiglia” ha costretto il Ministero a intervenire con modifiche in itinere ai criteri di ammissione, permettendo a chi non era risultato sufficiente di sostenere lezioni di recupero e nuove prove.
Tra le tre discipline, la Fisica è stata la materia “scoglio” che ha messo più in difficoltà i candidati, a causa di programmi percepiti come troppo complessi e poco allineati alla preparazione scolastica superiore.
Cosa cambia nel 2026: Programmi più Integrati e Medici
I nuovi Syllabus 2026 nascono con l’obiettivo di risolvere le problematiche iniziali. Le principali novità introdotte dal MUR riguardano:
Integrazione tra discipline: I programmi sono stati riscritti per eliminare le sovrapposizioni tra Biologia, Chimica e Fisica, valorizzando i punti di contatto.
Aderenza medica: I contenuti sono stati selezionati per essere più attinenti alla futura pratica clinica, grazie al coinvolgimento di professionisti sanitari nella stesura.
Focus sulle esercitazioni: Il nuovo syllabus non elenca solo teoria, ma specifica una quota minima di tempo da dedicare alla risoluzione di problemi e casi pratici.
Tabella Comparativa: I Cambiamenti in Fisica (CFU e Metodo)
La Fisica è la materia che ha subito il restyling più evidente. Ecco come cambiano i pesi (espressi in CFU) e l’importanza della pratica:
Unità Didattica
Peso 2025
Peso 2026
Quota Esercitazioni 2026
Metodi della Fisica
0,25 CFU
0,2 CFU
Minimo 20%
Meccanica
1,5 CFU
1,4 CFU
Minimo 25%
Meccanica dei Fluidi
1,0 CFU
1,2 CFU
Minimo 25%
Onde Meccaniche
0,5 CFU
0,4 CFU
Minimo 20%
Termodinamica
1,0 CFU
1,0 CFU
Minimo 30%
Elettricità e Magnetismo
1,25 CFU
1,2 CFU
Minimo 30%
Fisica delle Radiazioni
0,5 CFU
0,6 CFU
Minimo 20%
Il Dettaglio dei Nuovi Syllabus
1. Fisica: Più Pratica e Applicazioni Biomediche
La vera svolta del 2026 è che la Fisica diventa meno teorica e più applicativa.
Aumento dei Fluidi e Radiazioni: Aumenta il peso della meccanica dei fluidi (fondamentale per lo studio della circolazione sanguigna, stenosi e aneurismi) e della fisica delle radiazioni.
Novità esplicite: Vengono introdotti riferimenti chiari alle leve nel corpo umano, alla legge di Lambert-Beer(assorbimento della radiazione) e alla legge del decadimento radioattivo (emivita).
Semplificazioni: Sono stati resi meno espliciti o ridotti concetti puramente matematici come derivate e integrali, o dettagli avanzati come la legge di Gauss e i potenziali di membrana cellulare.
2. Chimica e Propedeutica Biochimica
Il Syllabus di Chimica mira a fornire le basi atomiche e molecolari per comprendere i fenomeni biologici.
Orientamento Biomedico: Si dà grande risalto agli equilibri acido-base nei fluidi biologici (pH del sangue e sistemi tampone), ai fenomeni osmotici (emolisi ed edema) e alla bioenergetica.
Integrazione organica: Lo studio dei gruppi funzionali è strettamente legato alla funzione delle macromolecole biologiche (carboidrati, lipidi, proteine e acidi nucleici).
3. Biologia: La Base della Patologia
Il programma di Biologia è stato strutturato per essere la base indispensabile per i futuri studi di fisiologia e patologia.
Tematiche chiave: Fokus su virus, organizzazione cellulare, comunicazione intercellulare e meccanismi di trasmissione dell’informazione genetica ed epigenetica.
Novità: Maggiore enfasi sul controllo della proliferazione e della morte cellulare (apoptosi), processi cruciali per la comprensione delle patologie oncologiche.
Consigli per la Preparazione
Con l’introduzione dei nuovi programmi, studiare solo sui libri di testo delle superiori potrebbe non bastare. Il fatto che il Ministero indichi esplicitamente una percentuale di esercitazioni significa che l’esame finale testerà la capacità di risolvere problemi numerici, interpretare grafici e applicare formule a casi studio medici.
È fondamentale organizzare lo studio seguendo scrupolosamente i punti elencati nei nuovi documenti ufficiali, dedicando almeno il 30% del tempo agli esercizi per materie come Termodinamica ed Elettromagnetismo.
Chiamiamolo biohacking, o ricerca dell’immortalità, o come il protagonista di questo approfondimento l’ha ribattezzato, un programma che predica il motto “Don’t die” — non morire, non invecchiare, non cedere al tempo. Bryan Johnson è uno di quei personaggi che negli ultimi anni si sono focalizzati sul sogno di estendere la vita umana ben oltre i suoi limiti biologici naturali, trasformando questo sogno in un progetto scientifico a tutti gli effetti, finanziato e documentato in modo ossessivo.
Non è il solo, certo. I più famosi tra i “cacciatori di longevità” sono forse Jeff Bezos, fondatore di Amazon, che ha finanziato diverse aziende con obiettivi simili e che oggi, complice uno stile di vita radicalmente trasformato, appare visibilmente più giovane e in forma rispetto agli anni in cui guidava il suo impero dell’e-commerce — quando lo stress da CEO sembrava averlo ridotto a un nerd pallido e provato. C’è anche Peter Thiel, co-fondatore di PayPal, da anni interessato alle frontiere della medicina rigenerativa. E poi decine di altri miliardari della Silicon Valley convinti di poter mutare il ciclo della vita.
Ma Bryan Johnson ha qualcosa di diverso, almeno nel suo modo di apparire in pubblico. Ha scelto il massimo della trasparenza possibile riguardo alle proprie sperimentazioni, rendendo sé stesso l’oggetto principale di ricerca. Non finanzia laboratori dall’alto, lui è il laboratorio. C’è stato anche un documentario su Netflix su di lui — Don’t Die: The Man Who Wants to Live Forever (2025) — ma forse il modo migliore per conoscerlo è guardare i suoi video su YouTube, che lui e il suo team pubblicano con una certa regolarità. Lì mostra nel dettaglio cosa fa, cosa mangia, come dorme, quante pillole ingoia ogni mattina, e predica uno stile di vita orientato a salvaguardare e prolungare la salute con un rigore quasi monastico.
Decine e decine di integratori al giorno, programmi di allenamento degni di un atleta professionista, routine rigidissime riguardo agli orari dei pasti e — soprattutto — alla qualità e durata del sonno. Questi, più che farmaci sperimentali o cure d’avanguardia, sono gli ingredienti principali del suo programma “Live Forever”. E bisogna dargliene atto: lui non propone un prolungamento della vita a qualunque costo, non si accontenta di aggiungere anni vissuti male. Il suo obiettivo è il ringiovanimento biologico — abbassare l’età misurata dal corpo, non dal calendario — e a questo fine misura costantemente parametri fisiologici che spronano anche il suo pubblico a monitorare, con semplici test di resistenza muscolare, forza, frequenza cardiaca e molto altro.Ma come ci è arrivato? E cosa lo ha spinto a fare di sé stesso un esperimento?
Bryan Johnson non nasce ricco. La sua è una classica storia americana da founder di startup, con tutti gli ingredienti del genere: un’idea nata dal basso, anni di sacrifici, e infine un’uscita milionaria che cambia tutto — o quasi.
Prima di diventare il volto globale del biohacking, Johnson aveva fondato Braintree, una società specializzata in soluzioni di pagamento digitale per le imprese, lanciata nel 2007. Braintree si distingueva per la semplicità di integrazione per i merchant e per l’esperienza utente fluida — caratteristiche che negli anni successivi l’avrebbero resa molto attraente per i grandi player del settore fintech. Nel 2013, dopo aver acquisito anche Venmo (l’app di pagamento peer-to-peer già in forte crescita), Braintree fu acquisita da PayPal per 800 milioni di dollari. Un’uscita di quelle che nel gergo delle startup si chiama exit — e che trasformò Bryan Johnson in un plurimiliardario a quarant’anni non ancora compiuti.
Eppure, paradossalmente, era fisicamente e psicologicamente a pezzi. Negli anni di costruzione di Braintree, Johnson aveva accumulato uno stress enorme: dormiva male, si alimentava peggio, aveva messo su peso e il suo aspetto fisico rifletteva gli eccessi di chi sacrifica tutto — corpo incluso — sull’altare del successo imprenditoriale. In alcune interviste ha raccontato di aver sofferto di depressione e di aver vissuto anni in cui si sentiva intrappolato in un loop di decisioni disfunzionali, incapace di prendersi cura di sé nonostante le risorse per farlo non mancassero.
È qui che scatta qualcosa. Con il ricavato dell’exit e il tempo finalmente dalla sua parte, Johnson comincia a interrogarsi seriamente su cosa significhi “stare bene” — non nel senso vago e generico del termine, ma in senso biochimico, fisiologico, misurabile. E così nasce Blueprint, il nome che ha dato al suo programma personale di ottimizzazione biologica, strutturato come un protocollo scientifico e non come una dieta o un regime di fitness qualunque. Da quel momento, Johnson diventa il proprio medico, il proprio paziente e il proprio esperimento — con un team di oltre trenta professionisti tra medici, nutrizionisti, fisioterapisti e ricercatori che lo monitorano a cadenza quasi quotidiana.
L’impegnativa routine di chi cerca l’immortalità
Bryan Johnson lo mostra bene in più video: la sua giornata-tipo non somiglia minimamente a quella del comune mortale. E non è una questione di pigrizia o di mancanza di disciplina da parte nostra — è che il suo programma richiederebbe letteralmente una vita organizzata attorno a sé stesso, senza spazio per quasi nient’altro.
La sveglia suona prestissimo, intorno alle 5 del mattino. Già nei primi minuti della giornata scatta una serie di rituali precisi: esposizione a una lampada che simula la luce solare per regolare il ritmo circadiano, utilizzo di un casco a luce rossa a bassa intensità applicato al cuoio capelluto — una tecnologia di fotobiomodulazione che secondo alcuni studi preliminari potrebbe stimolare la rigenerazione cellulare. Poi arriva il momento più iconico della sua routine: le pillole. Non una o due, come potrebbe fare chiunque con un comune integratore di vitamina D. Bryan Johnson assume mediamente oltre cento compresse al giorno, tra cui vitamina C, D3, K2, magnesio, licopene, berberina, metformina (farmaco antidiabetico usato off-label per i suoi possibili effetti anti-aging), rapamicina e molti altri. Un cocktail farmacologico e integrativo che lui e il suo team medico hanno calibrato nel tempo sulla base di analisi del sangue frequentissime e di biomarcatori monitorati quasi in tempo reale.
Uno dei video dove Bryan Johnson fa vedere la sua routine quotidiana.
La colazione è un pasto liquido e precisamente bilanciato — spesso un mix di verdure, noci, semi e integratori — e i suoi pasti nel corso della giornata sono costruiti attorno a un apporto calorico di circa 2.000 kilocalorie giornaliere, con una forte prevalenza di alimenti vegetali. Broccoli, cavolfiore, noci, olio extravergine di oliva, cioccolato fondente ad alta percentuale di cacao, frutti di bosco: sono questi i protagonisti ricorrenti della sua dieta. Niente (o pochissimo) alcol, niente zuccheri raffinati, niente cibo processato. E soprattutto: niente cibo dopo una certa ora. Johnson segue un regime di digiuno intermittente che prevede l’assunzione di tutto il cibo entro una finestra temporale ristretta nella prima metà della giornata, in modo da lasciare al corpo ore sufficienti di digiuno notturno — che lui considera uno degli strumenti più potenti per la rigenerazione cellulare.
L’attività fisica occupa una parte consistente della sua mattina: circa un’ora di esercizio al giorno tra allenamento con i pesi, lavoro cardiovascolare e flessibilità. Non è il tipo da sessioni estenuanti ed eroiche — il suo approccio è metodico, progressivo, basato sui dati. Frequenza cardiaca, variabilità del battito, forza muscolare, VO2 max: ogni parametro viene registrato e ottimizzato nel tempo.
Ma c’è un aspetto della sua routine che lui stesso considera centrale, forse più di ogni altro: il sonno. E qui Johnson diventa davvero ossessivo — nel senso migliore del termine, perché almeno in questo la scienza medica gli dà ampiamente ragione. Il sonno di qualità è uno dei pilastri più solidi della salute metabolica, cognitiva e immunitaria, e la letteratura scientifica degli ultimi anni è pressoché unanime su questo punto. Johnson lo sa bene, e costruisce l’intera seconda metà della sua giornata in funzione del riposo notturno.
Niente schermi nelle ore serali, illuminazione soffusa e orientata verso le lunghezze d’onda del rosso per non sopprimere la produzione di melatonina, niente liquidi oltre una certa ora del pomeriggio per evitare risvegli notturni causati dalla vescica, temperatura della stanza mantenuta bassa, eventualmente una breve passeggiata o lettura di qualche pagina di un libro per scaricare la tensione accumulata. Johnson va a letto ogni sera attorno alle 20:30-21:00, e si vanta spesso — dati alla mano, tracciati con dispositivi di monitoraggio del sonno — di raggiungere notti di sonno profondo e ininterrotto da record.
È un messaggio che, al di là degli eccessi del personaggio, vale la pena ascoltare: non abbiamo ancora farmaci o terapie capaci di rallentare davvero l’invecchiamento in modo significativo e sicuro. Quello che possiamo fare, adesso, è ottimizzare lo stile di vita. E dormire bene — cosa di cui la stragrande maggioranza della popolazione occidentale è cronicamente privata — è uno dei gesti più potenti e gratuiti che possiamo compiere per la nostra salute.
L’età biologica vs età anagrafica: ecco come puoi misurarla
Uno degli aspetti più interessanti — e accessibili — del progetto di Bryan Johnson è la sua enfasi sulla distinzione tra età anagrafica ed età biologica. La prima è quella che sta scritta sul passaporto: il numero di anni trascorsi dalla nascita. La seconda è una stima dello stato funzionale del nostro organismo — quanto effettivamente “vecchio” sia il nostro corpo rispetto ai parametri fisiologici attesi per la nostra fascia d’età.
Johnson afferma di avere un’età biologica corrispondente a quella di un diciottenne — un’affermazione ambiziosa che lui sostiene con misurazioni periodiche di biomarcatori come la lunghezza dei telomeri, la metilazione del DNA (uno dei metodi più affidabili oggi disponibili per stimare l’età biologica, noto come orologio epigenetico), la densità ossea, la composizione corporea e decine di altri indicatori. Naturalmente, avere un team medico dedicato e risorse pressoché illimitate aiuta non poco in questo.
Ma la parte interessante — quella che riguarda anche noi — è che Johnson propone anche test casalinghi, semplici ed economici, per stimare la propria età biologica senza bisogno di laboratori. L’idea di base è semplice: esistono tabelle di riferimento, prodotte da studi in ambito delle scienze motorie e della medicina dello sport, che indicano quali prestazioni fisiche ci si aspetta da individui sani in diverse fasce d’età. Se a quarant’anni non riesci a fare il numero di flessioni che la tabella indica come standard per un quarantenne in buona salute, probabilmente il tuo corpo è più “vecchio” di quanto dica il calendario. E viceversa.
I parametri che Bryan utilizza più spesso nei suoi video includono: la forza della presa (misurata con un dinamometro), la capacità di fare flessioni (push-up test), la velocità di camminata (predittore sorprendentemente robusto di longevità secondo diversi studi epidemiologici), il test della sedia (sedersi e alzarsi dal pavimento senza l’aiuto delle mani — difficoltà crescente con l’età e forte correlatore di mortalità cardiovascolare, secondo una ricerca pubblicata sul European Journal of Preventive Cardiology), e la variabilità della frequenza cardiaca (HRV), misurabile anche con molti smartwatch moderni.
Ecco come fare il test per l’età biologica a casa, gli esercizi suggeriti da Bryan Johnson.
Perché tutto questo? Perché il muscolo, in particolare, è sempre più riconosciuto dalla medicina moderna non semplicemente come tessuto locomotore ma come vero e proprio organo metabolico — capace di secernere molecole chiamate miochine che influenzano positivamente il sistema immunitario, la regolazione glicemica, la salute cerebrale e molto altro. Mantenere e possibilmente aumentare la massa muscolare, specialmente dopo i trent’anni quando il declino fisiologico inizia a farsi sentire, è uno degli strumenti più efficaci per contrastare la sarcopenia — la perdita progressiva di massa e forza muscolare associata all’invecchiamento — e per mantenere il metabolismo efficiente nel tempo.
Quindi, se salire un piano di scale ti lascia già con il fiato corto, o se le flessioni sono un ricordo lontano della palestra del liceo, non è il momento di scoraggiarsi — è il momento di cominciare. E in questo, Bryan Johnson, con tutta la sua eccentricità, offre in realtà un punto di partenza concreto e misurabile.
Ma è un esempio da seguire o no?
Bryan Johnson ha, bisogna riconoscerlo, una qualità comunicativa non comune tra i miliardari visionari: non si prende troppo sul serio. Nei suoi video c’è spesso ironia, autoironia persino, e una consapevolezza dichiarata che il suo è un caso estremo, un esperimento ai limiti delle possibilità umane e finanziarie, non un modello replicabile dalla persona media. È un comunicatore capace, simpatico, e questo lo rende più digeribile rispetto ad altri profeti del transumanesimo che parlano dall’alto di una cattedra tecnologica.
Ma il suo programma è davvero qualcosa da seguire? La risposta onesta è: no, almeno non nella sua forma integrale.
Il primo e più ovvio ostacolo è economico. Il progetto Blueprint di Johnson costa, secondo stime pubbliche, circa 2 milioni di dollari all’anno. Include un team di oltre trenta professionisti — medici, nutrizionisti, fisioterapisti, ricercatori, specialisti in medicina del sonno — che lo monitorano quasi quotidianamente, analisi del sangue frequentissime, dispositivi di monitoraggio avanzati, trattamenti sperimentali come la terapia iperbarica (che prevede sessioni in camere pressurizzate con ossigeno puro, utilizzate inizialmente in medicina per accelerare la guarigione delle ferite e oggi esplorate in chiave anti-aging) e molto altro. È, a tutti gli effetti, uno stile di vita che richiede un’azienda dedicata per essere sostenuto.
Ma anche mettendo da parte i costi, il problema più rilevante è quello del carico sul piano della vita quotidiana. Il programma di Johnson è talmente vincolante — negli orari, nella dieta, nell’allenamento, nelle abitudini serali — da essere incompatibile con quella che la maggior parte di noi chiamerebbe una vita normale. Niente cene fuori oltre una certa ora, niente aperitivi, niente week-end fuori programma. La vita sociale, inevitabilmente, ne risente. E uno stile di vita che genera isolamento e rigidità estrema non è, per definizione, uno stile di vita sano nella sua accezione più completa — quella che include anche le relazioni, il piacere, la spontaneità.
Ci sono poi interrogativi clinici legittimi che la comunità medica non ha ancora risolto. Assumere oltre cento compresse al giorno significa introdurre nell’organismo anche grandi quantità di eccipienti, leganti e sostanze di carica che normalmente non fanno parte di una dieta equilibrata. L’interazione tra molecole diverse in dosi così elevate è difficile da prevedere e ancora poco studiata. E l’uso di farmaci come la metformina o la rapamicina in persone sane — al di fuori cioè dei contesti clinici per cui sono stati approvati — è una pratica controversa: alcuni ricercatori la considerano promettente, altri avvertono che alterare pathway metabolici fondamentali in organismi che non ne hanno bisogno potrebbe avere effetti collaterali imprevisti nel lungo periodo.
Johnson stesso, in fondo, è il primo a dirlo: lui è un esperimento, non una prova. I risultati definitivi, se mai arriveranno, richiederanno anni o decenni di follow-up.
Che cosa possiamo trarre dal suo esperimento?
Detto tutto questo, sarebbe sbagliato liquidare Bryan Johnson come una semplice curiosità mediatica o un miliardario eccentrico con troppo tempo libero. C’è qualcosa di genuinamente utile nel suo progetto, a patto di saperlo filtrare.
Il primo merito è quello di essere un promotore di stili di vita più sani in un’epoca in cui il messaggio opposto — sedentarietà, cibo ultra-processato, sonno sacrificato alla produttività — è ovunque e viene amplificato da miliardi di euro di marketing. Johnson non vende farmaci miracolosi né cure sperimentali accessibili solo a pochi. Nei suoi contenuti social spinge le persone a mangiare più vegetali, a fare movimento quotidiano, a staccarsi dagli schermi la sera, a dormire le ore giuste. Sono messaggi semplici, gratuiti, scientificamente solidi — e il fatto che a veicolarli sia una persona giovane, in forma e visibilmente energica li rende forse più convincenti di quanto potrebbe fare un’altra campagna istituzionale sulla salute pubblica.
Bryan Johnson trasmette in fondo un messaggio positivo: possiamo fare molto per la nostra longevità seguendo uno stile di vita sano.
Il secondo merito è più sottile ma forse più importante: Johnson dimostra con la propria esperienza che non esistono scorciatoie. Con tutto il denaro del mondo a disposizione, il suo programma di ringiovanimento non si basa su farmaci segreti o terapie cellulari d’avanguardia — si basa su sonno, alimentazione, esercizio fisico e riduzione dello stress. Esattamente le stesse cose che la medicina preventiva raccomanda da decenni a chiunque, a costo zero. Questo è un messaggio importante, perché ci dice che l’autonomia sulla propria salute è molto più grande di quanto siamo abituati a pensare, e che aspettare una pillola magica è, con ogni probabilità, la peggiore strategia possibile.
Il terzo elemento che vale la pena trattenere dal suo progetto è la sua visione della qualità della longevità. Johnson non è interessato a vivere cent’anni in un letto di ospedale. Il suo obiettivo dichiarato è rimanere forte, cognitivamente lucido, fisicamente capace il più a lungo possibile — e poi, si potrebbe dire, spegnersi come una candela piuttosto che consumarsi come una brace. È un cambio di paradigma rispetto al modo in cui siamo abituati a pensare alla vecchiaia: non un lungo declino da gestire, ma una lunga fase di vita in piena forma da conquistare attivamente, giorno per giorno.
È questo, forse, il contributo più duraturo di Bryan Johnson al dibattito sulla salute e sull’invecchiamento: non le pillole, non il casco a luce rossa, non i milioni spesi in analisi del sangue. Ma l’idea — concreta, misurabile, quotidiana — che invecchiare bene sia qualcosa che si costruisce.
I manuali universitari più famosi delle facoltà scientifiche, quelli che da decenni accompagnano studenti di Medicina, Biologia, Farmacia e Chimica nei primi anni di studio e che tutti gli studenti chiamano per nome.
Se stai frequentando o vuoi iscriverti a un corso di laurea STEM, forse lo sai già: ci sono libri che non chiamerai con il loro titolo completo, ma evocherai direttamente col nome del loro autore o curatore.
Sì, perché quando il peso di un tomo di mille o più pagine non è soltanto letterale, ma diventa anche un riferimento intellettuale imprescindibile per una disciplina, ecco che l’opera di raccolta di un sapere così complesso diventa quasi leggendaria.
Normale allora trattarli come compagni di studio, quasi come fratelli maggiori.
Parliamo soprattutto dei grandi manuali universitari delle facoltà scientifiche: Medicina, Biologia, Farmacia, Chimica e, più in generale, dei corsi dell’area STEM. Per esempio, raramente uno studente del primo anno di Medicina si riferirà al “Trattato di anatomia umana”: dirà semplicemente “l’Anastasi”. È il segno tangibile dell’autorevolezza che quel libro ha conquistato nel tempo.
Una curiosità linguistica: siamo di fronte all’uso tipico di figure retoriche. In particolare, l’antonomasia (uso di un nome proprio per indicare un’opera, una categoria o una realtà più ampia), e in parte c’è anche un fenomeno di eponimia (quando qualcosa viene designato con il nome del suo autore).
Non va dimenticato, tuttavia, che si tratta spesso di opere collettive: dietro quel nome c’è quasi sempre un folto gruppo di co-autori, ricercatori, docenti, e infatti spesso è riportato in copertina un elenco più o meno lungo di co-autori. L’eponimo con cui identifichiamo questi manuali rappresenta di solito il promotore iniziale o il principale coordinatore di un imponente lavoro di sintesi di una disciplina.
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Il padre di tutti i manuali di anatomia. Nato nell’Ottocento, continuamente aggiornato, è il riferimento mondiale per lo studio della struttura del corpo umano. Non tutti gli studenti lo usano integralmente per preparare un esame, ma resta il simbolo stesso dell’anatomia scientifica.
Prima della serie TV. C’è un dettaglio curioso che spesso sorprende chi non frequenta le facoltà scientifiche: Gray’s Anatomy non è nato come titolo televisivo.
Molti conoscono infatti Grey’s Anatomy, la celebre serie ambientata in un ospedale di Seattle, e pensano che il nome sia semplicemente quello della protagonista, Meredith Grey. In realtà accade il contrario: è la serie ad aver preso ispirazione dal celebre trattato di anatomia pubblicato per la prima volta nel 1858 dal medico britannico Henry Gray.
Il gioco di parole è raffinato: “Gray” (il cognome dell’anatomista) diventa “Grey” (quello della protagonista). Ma prima del prime time, prima degli schermi, c’era un volume monumentale che ha formato generazioni di medici.
Per molti studenti italiani di Medicina, “l’Anastasi” è l’anatomia. Opera monumentale, adottata in numerosi atenei, è uno dei testi più citati nei primi anni del corso di laurea. Completo, sistematico e ricco di illustrazioni e descrizioni molto efficaci.
Il celebre Anastasi – Trattato di Anatomia Umana prende il nome da Giuseppe Anastasi, anatomista italiano del Novecento, docente universitario e figura centrale nella scuola anatomica italiana.
Anch’esso è divenuto ormai qualcosa di più che l’impresa di un solo autore: è un’opera di coordinamento scientifico, risultato di una tradizione accademica strutturata.
L’anatomia in Italia ha del resto radici profonde (basti pensare alla scuola di Padova e a Vesalio nel Rinascimento), e l’Anastasi si inserisce in quella lunga linea di trattati sistematici.
“Le tavole di F.H. Netter, il più famoso dei disegnatori anatomici del XX secolo, sono state e continuano a essere un punto di riferimento per tutti gli studenti e i medici.” Inizia così la descrizione di quest’opera di anatomia.
Un atlante iconico, amatissimo per la chiarezza delle tavole illustrate. Per molti studenti è il vero alleato durante la preparazione dell’esame.
Gli atlanti anatomici sono libri specializzati che mostrano il corpo attraverso disegni e tavole illustrate, piuttosto che spiegazioni testuali. Mentre un manuale come l’Anastasi o il Gray ti spiega che cosa è una struttura e come funziona, un atlante ti mostra come è fatto quel corpo a livello visivo, con dettagli di ossa, muscoli, nervi, organi e vasi in ogni regione del corpo.
Per uno studente che affronta l’anatomia per la prima volta, un atlante è spesso più immediato e meno teorico, e diventa una lente attraverso cui leggere e comprendere il linguaggio del corpo umano. Il Netter, in particolare, è considerato uno degli atlanti più belli e utili proprio perché coniuga chiarezza didattica e qualità artistica.
“L’Alberts” è il libro con cui capisci che la biologia è molto più profonda e affascinante di come ti è stata proposta al liceo. Questo libro, tra l’altro, è molto utile per superare gli esami del semestre aperto (in particolare per preparare Biologia) per l’ammissione a Medicina.
Per generazioni di studenti di Biologia e Medicina, “l’Alberts” è sinonimo di biologia cellulare. Un manuale rigoroso, aggiornato, che unisce chiarezza espositiva e profondità teorica. È spesso il primo vero confronto con la complessità del vivente a livello molecolare.
Ottimo come dicevo per i test o esami di ammissione dell’area medico-biologica, viene adottato anche tra i manuali consigliati per i corsi di Biologia o per i corsi del secondo semestre, come Biologia molecolare e biochimica (in quei contesti non è l’unico riferimento ovviamente, ma è un complemento alla parte di biochimica, che viene trattata su manuali specifici).
Il “Lehninger” è la biochimica. Metabolismo, enzimi, strutture proteiche: tutto passa da qui. È uno dei manuali più adottati nei primi anni di Medicina, Biologia e Farmacia.
I Principi di Biochimica di Lehninger nasce negli anni ’70 per iniziativa di Albert L. Lehninger, biochimico statunitense e professore alla Johns Hopkins University.
Lehninger fu uno dei pionieri nello studio dei mitocondri e del metabolismo cellulare: il suo obiettivo era rendere la biochimica una disciplina comprensibile e organizzata.
Le sue mappe metaboliche — glicolisi, ciclo di Krebs, catena di trasporto degli elettroni, biosintesi degli amminoacidi, per citarne soltanto alcune — sono vere e proprie cartografie della vita. Intricate, fitte di frecce, sigle, enzimi, ma allo stesso tempo dotate di una logica quasi architettonica.
Alternativa molto diffusa all’Alberts in diversi atenei italiani. Più discorsivo in alcuni capitoli, ma altrettanto solido nella trattazione scientifica.
Scritto originariamente da Gerald Karp, nasce con un’impostazione fortemente didattica: capitoli strutturati in modo progressivo, spiegazioni chiare, numerose figure esplicative e collegamenti continui tra struttura e funzione.
Rispetto all’Alberts, molti studenti lo trovano leggermente più accessibile nella prima lettura, pur restando un manuale completo e rigoroso. È spesso il primo vero banco di prova per capire se la biologia cellulare sarà solo un esame… o una passione.
Per gli studenti di Chimica, Farmacia e Medicina, “il Solomon” (in realtà Solomons) è il rito di passaggio della chimica organica. Strutture, reazioni, meccanismi: un manuale che richiede metodo, ma restituisce solide basi.
Il “Solomons” è per molti studenti il primo vero incontro con la complessità della chimica organica. Nato dal lavoro del chimico statunitense T. W. Graham Solomons (poi proseguito con Craig Fryhle e Scott Snyder nelle edizioni successive), è diventato uno dei manuali più adottati nei corsi di Chimica, Farmacia e Medicina.
La sua forza sta nell’equilibrio tra teoria e meccanismi di reazione: non solo formule, ma logica delle trasformazioni. All’inizio può sembrare un linguaggio nuovo fatto di frecce curve e interazioni elettroniche; poi, capitolo dopo capitolo, si scopre che dietro quelle strutture c’è una coerenza quasi matematica. Ed è lì che l’organica smette di essere temuta e diventa comprensibile.
Ciao a tutti, benvenuti su FilosofoMed! Oggi, nella categoria dedicata alla Chimica, voglio parlarvi di un concetto fondamentale: la molarità. Niente paura, non è complicato come potrebbe sembrare! In questo articolo vi spiegherò cos’è la molarità e come si calcola passo per passo, per poi passare a un caso specifico: le soluzioni diluite. Questo riassunto iniziale ci servirà come base per introdurre la parte seguente, dove scopriremo una formula semplice per gestire le diluizioni. Alla fine, vedrete che la molarità non è tra le cose più difficili della chimica, e calcolare la molarità di una soluzione diluita è davvero alla portata di tutti.
Cos’è la molarità e come si calcola?
Partiamo dal significato. La molarità (indicata con M) o concentrazione molare è una misura della concentrazione di una soluzione: ci dice quante moli di soluto sono presenti in un litro di soluzione.
Ma cosa sono le “moli”? Una mole è un’unità di misura che rappresenta una quantità standard di particelle (circa 6,02 × 10²³, il numero di Avogadro), ed è legata alla massa di una sostanza. La formula base per la molarità è:
M = n (moli di soluto) / litri di soluzione
Semplice, no? Ma per calcolarla, dobbiamo sapere due cose: n, che è il numero di moli del soluto e il volume della soluzionein litri. Il volume è facile (di solito è un dato degli esercizi), ma come troviamo le moli? È qui che entrano in gioco la massa molare (o peso molecolare) e la quantità in grammi del soluto.
Calcolare le moli: massa molare e grammi
Il numero di moli si ottiene con questa formula:
n = massa del soluto (in grammi) / massa molare (in g/mol)
Massa del soluto: è la quantità di sostanza che hai pesato e sciolto nella soluzione, misurata in grammi con una bilancia.
Massa molare: è il “peso” di una mole di quella sostanza, espresso in grammi per mole (g/mol). Si calcola sommando i pesi atomici degli elementi che compongono la molecola, che trovi nella tavola periodica.
Facciamo un esempio pratico con il cloruro di sodio (NaCl, il comune sale da cucina):
Il peso atomico del sodio (Na) è circa 23 g/mol, quello del cloro (Cl) è circa 35,5 g/mol.
Massa molare di NaCl = 23 + 35,5 = 58,5 g/mol.
Se pesi 5,85 grammi di NaCl, le moli sono: n = 5,85 g / 58,5 g/mol = 0,1 mol.
Ora, supponiamo di sciogliere questi 5,85 g di NaCl in 1 litro di acqua. La molarità sarà:
M = 0,1 mol / 1 L = 0,1 M.
Se invece il volume fosse 0,5 litri, allora:
M = 0,1 mol / 0,5 L = 0,2 M.
Quindi, per calcolare la molarità, devi:
Conoscere il peso del soluto in grammi.
Conoscere la sua massa molare (eventualmente la ottieni sommando le masse dei vari elementi, se è una molecola. Trovi le masse atomiche nella tavola periodica).
Calcolare le moli (n = grammi soluto / massa molare).
Dividere le moli per il volume della soluzione in litri.
Questo è il punto di partenza per capire la concentrazione iniziale di una soluzione. Ma cosa succede se la diluiamo? Passiamo alla parte successiva!
Le soluzioni diluite e la formula magica: M₁V₁ = M₂V₂
Immaginate di avere una tazza di caffè forte: se ci aggiungete dell’acqua, diventa meno concentrato. In chimica, diluire una soluzione significa aumentare il volume (aggiungendo solvente, di solito acqua), riducendo la concentrazione, ma lasciando invariata la quantità di soluto.
Per calcolare la nuova molarità dopo una diluizione, usiamo questa formula:
M₁V₁ = M₂V₂
Dove:
M₁ è la molarità iniziale,
V₁ è il volume iniziale,
M₂ è la molarità finale,
V₂ è il volume finale.
La logica è che le moli di soluto (M₁ × V₁) restano uguali prima e dopo la diluizione (M₂ × V₂).
Proviamo infatti a ragionare: sappiamo che la molarità M è = n / Volume in Litri.Dunque la formula inversa per calcolare n è = M*V.
Ma dato che il numero di moli non cambia quando andremo a diluire, avremo che anche il numero di moli n della concentrazione diluita sarà uguale alla molarità per il volume, anche se saranno molarità e volume in quel caso della concentrazione diluita.
Un esempio pratico:
Proviamo! Hai 50 mL di una soluzione di NaCl a 2 M (M₁ = 2 mol/L, V₁ = 0,05 L) e aggiungi acqua fino a 200 mL (V₂ = 0,2 L). Qual è la nuova molarità (M₂)?
M₁V₁ = M₂V₂
(2 M) × (0,05 L) = M₂ × (0,2 L)
0,1 = M₂ × 0,2
M₂ = 0,1 / 0,2 = 0,5 M
La concentrazione scende a 0,5 M, come previsto.
Conclusione
La molarità non è tra le cose più complicate della chimica! Calcolarla richiede solo di sapere quante moli di soluto hai (con grammi e massa molare) e il volume della soluzione. E per le diluizioni, la formula M₁V₁ = M₂V₂ rende tutto ancora più semplice. Spero che questa guida vi abbia aiutato a capire meglio questi concetti. La prossima volta che diluite un succo troppo forte, pensate alla chimica che c’è dietro!
Fatemi sapere nei commenti se volete altri approfondimenti. Alla prossima su Filosofomed!
Nel post di oggi scopriremo insieme cos’è il Massimo Comune Divisore (MCD) e in particolare vedremo come calcolarlo in modo efficiente utilizzando l’algoritmo di Euclide. Approfondiremo anche la relazione tra il MCD e il Minimo Comune Multiplo (mcm), illustrando la formula che li lega. Inoltre, per gli amanti della programmazione, presenteremo un semplice codice in C++ che vi permetterà di calcolare il MCD in modo automatico.
L’algoritmo di Euclide per calcolare il Massimo Comune Divisore (MCD)
Ci sono “trucchi” matematici che permettono di velocizzare la risoluzione di un esercizio. Per chi li conosce, ciò può significare ad esempio liberarsi rapidamente di un problema durante un test. Dunque non si tratta di semplici curiosità, ma di vere e proprie tecniche che possono salvarci in diverse occasioni, utilissime e da tenere a mente.
Uno di quegli espedienti frutto di ingegno matematico è l’algoritmo di Euclide, un metodo astuto per calcolare il Massimo Comune Divisore (MCD).
Che cos’è e a cosa serve il Massimo Comune Divisore?
Il Massimo Comune Divisore, o MCD, di due o più numeri, ad esempio di a e b, è – come dice il nome stesso – il più grande dei divisori comuni tra a e b.
Prendiamo ad esempio a=48 e b=18. Come forse avrai già intuito facilmente (dato che i numeri sono piccoli e si “vede” facilmente quali possono essere i loro divisori), tra 48 e 18 il MCD è 6.
Per rendere più “visibile” la funzione e dare un esempio d’uso pratico del Massimo Comune Divisore, immagina di avere due gruppi di oggetti da ripartire in modo da formare il massimo numero possibile di confezioni identiche. Inoltre, non deve rimaner escluso alcun oggetto (il massimo divisore comune divide ciascuno dei due gruppi dando resto zero).
Immagina allora di avere 48 matite e 18 gomme. Le confezioni che otterrai conterranno ciascuna un certo numero di matite e alcune gomme. Ma quante sono le confezioni che puoi formare? Semplice, te lo dice l’MCD. Nel nostro caso, potremo formare 6 kit con ciascuno 8 matite e 3 gomme (48 / 6 = 8; 18 / 6 = 3).
Perché usare l’algoritmo di Euclide?
Solitamente, a scuola insegnano a trovare il MCD tra due numeri partendo dalla scomposizione in fattori primi (fattorizzazione) dei due numeri.
Tuttavia, l’algoritmo di Euclide – una tecnica tanto antica ed elegante – offre una soluzione più veloce e meno laboriosa, soprattutto con numeri grandi, e permette di trovare il MCD in pochissimi passi.
Il genio antico di Euclide
L’argomento merita un brevissimo excursus. La matematica, infatti, che oggi si trova ovunque nell’informatica e in tantissime altre applicazioni, è una scienza che affonda le sue radici nei millenni passati. Ciò che mi affascina in particolare è come i pensatori di epoche remote siano riusciti a fondare la matematica praticamente senza strumenti, solo con il ragionamento, l’immaginazione, e al massimo riga e compasso.
Uno dei geni più brillanti del passato è stato proprio Euclide, noto come il “padre della geometria”. Euclide visse ad Alessandria d’Egitto tra il IV e il III secolo a.C. Anche se i dettagli della sua vita rimangono avvolti nel mistero, è noto soprattutto per essere l’autore di una delle opere più influenti della storia della matematica: gli Elementi.
Gli Elementi sono una raccolta di 13 libri. Quest’opera, che si prefiggeva di raccogliere in forma sistematica i principi della matematica e soprattutto della geometria, è stata il fondamento della matematica per i secoli seguenti. È un peccato che nelle scuole moderne si accenni poco o nulla a Euclide e non si dedichi il giusto spazio agli Elementi.
Proprio negli Elementi (libro VII) troviamo, tra le tante altre cose, anche la formalizzazione dell’algoritmo per calcolare il MCD, che oggi chiamiamo appunto “di Euclide”.
Cos’è un algoritmo?
In breve, dato che ci accingiamo a parlare dell’“algoritmo” di Euclide, è opportuno ricordare brevemente che cos’è un algoritmo.
In matematica e informatica, un algoritmo è una sequenza finita di istruzioni che, se eseguita correttamente, permette di risolvere un problema o di raggiungere un determinato risultato. Un po’ come una ricetta di cucina, l’algoritmo ti guida passo passo, indicandoti quali operazioni compiere e in quale ordine.
Come funziona l’algoritmo di Euclide?
Ecco come funziona l’algoritmo di Euclide.
Prendiamo due numeri naturali di cui vogliamo calcolare il Massimo Comune Divisore. Mettiamoli in una tabella fatta di due colonne (le chiameremo per comodità colonna A e colonna B), che gradualmente andremo a riempire mano a mano che i passi dell’algoritmo si succedono.
Nella prima cella della colonna A ci va il numero più grande dei due. Nella prima cella della colonna B ci va l’altro numero.
Ad esempio, prendiamo 56 e 24. Vogliamo calcolare il MCD tra i due.
Il prossimo passo, che sarà ripetuto ogni passo dell’algoritmo di Euclide, è composto di due passaggi:
1) Nella colonna A, sotto il numero più “grande” tra i due, riportiamo il numero della colonna B, quindi 24 (freccia verde in figura).
2) Facciamo la divisione tra 56 e 24, dopodiché scriviamo il resto della divisione nella colonna B (in questo caso 56:24 resto 8).
Ci fermeremo solo quando avremo resto = 0. E leggendo ciò che sta nella cella a sinistra dello 0, cioè nella colonna A, scopriremo qual è il MCD.
Continuiamo perciò riportando 8 sotto la colonna A, e facendo la divisione tra 24 e 8:
Abbiamo ottenuto resto zero! Allora il MCD è 8.
La relazione tra MCD e mcm
Una delle proprietà più eleganti della teoria dei numeri è la relazione che lega il Massimo Comune Divisore (MCD) e il Minimo Comune Multiplo (mcm) di due numeri interi positivi. (Ricordiamo brevemente che il minimo comune multiplo, abbreviato in mcm, è il più piccolo numero positivo che è multiplo di due (o più) numeri).
Eccola: presi due numeri naturali a e b, il prodotto a*b è uguale al prodotto dei loro MCD con il loro mcm.
Da quella relazione è possibile ricavare le formule inverse per ottenere velocemente ciò che ci interessa:
Codice C++ per calcolare il MCD con l’algoritmo di Euclide
Il calcolo del Massimo Comune Divisore (MCD) con l’algoritmo di Euclide è particolarmente efficiente e facile da implementare in un programma, permettendo di calcolare il MCD in modo rapido anche per numeri grandi.
Per chi si cimenta con il linguaggio di programmazione C++, ecco come scrivere un semplice programma in C++ che dati due numeri di input, a e b, restituisce come output il Massimo Comune Divisore tra i due:
#include <iostream>
using namespace std;
// Funzione per calcolare il MCD con l'algoritmo di Euclide
int mcd(int a, int b) {
// Finché b non è zero, continua a trovare il resto
while (b != 0) {
int temp = b;
b = a % b; // Il resto della divisione tra a e b
a = temp; // Aggiorna a con il valore di b
}
return a; // Quando b diventa zero, a contiene il MCD
}
int main() {
int a, b;
// Input da parte dell'utente
cout << "Inserisci il primo numero (a): ";
cin >> a;
cout << "Inserisci il secondo numero (b): ";
cin >> b;
// Calcolo del MCD e output
cout << "Il Massimo Comune Divisore di " << a << " e " << b << " è: " << mcd(a, b) << endl;
return 0;
}
Come funziona:
Algoritmo di Euclide: il programma esegue una serie di operazioni di divisione tra i due numeri, sostituendo di volta in volta il primo numero con il secondo e il secondo con il resto della divisione, fino a quando il secondo numero (b) diventa zero. Il valore finale di a è il MCD.
Funzione mcd: prende come input due numeri interi, a e b, e continua a calcolare il resto della divisione tra a e b finché b non diventa zero.
Esecuzione:
Se, ad esempio, si inseriscono i numeri 48 e 60, l’output sarà:
Il Massimo Comune Divisore di 48 e 60 è: 12
Questo codice utilizza un ciclo while che ripete il calcolo del resto e aggiorna i numeri finché il resto non diventa zero, restituendo il valore di a come il MCD.
Nella seguente immagine c’è il medesimo codice riportato sopra, per il calcolo dell’MCD con Euclide in cpp, reso un po’ più chiaro dall’uso dei colori nell’editor di Xcode, per identificare le varie funzioni e istruzioni:
Schermata dall’ide Xcode, calcolo di MCD con Euclide.