Chiamiamolo biohacking, o ricerca dell’immortalità, o come il protagonista di questo approfondimento l’ha ribattezzato, un programma che predica il motto “Don’t die” — non morire, non invecchiare, non cedere al tempo. Bryan Johnson è uno di quei personaggi che negli ultimi anni si sono focalizzati sul sogno di estendere la vita umana ben oltre i suoi limiti biologici naturali, trasformando questo sogno in un progetto scientifico a tutti gli effetti, finanziato e documentato in modo ossessivo.
Non è il solo, certo. I più famosi tra i “cacciatori di longevità” sono forse Jeff Bezos, fondatore di Amazon, che ha finanziato diverse aziende con obiettivi simili e che oggi, complice uno stile di vita radicalmente trasformato, appare visibilmente più giovane e in forma rispetto agli anni in cui guidava il suo impero dell’e-commerce — quando lo stress da CEO sembrava averlo ridotto a un nerd pallido e provato. C’è anche Peter Thiel, co-fondatore di PayPal, da anni interessato alle frontiere della medicina rigenerativa. E poi decine di altri miliardari della Silicon Valley convinti di poter mutare il ciclo della vita.
Ma Bryan Johnson ha qualcosa di diverso, almeno nel suo modo di apparire in pubblico. Ha scelto il massimo della trasparenza possibile riguardo alle proprie sperimentazioni, rendendo sé stesso l’oggetto principale di ricerca. Non finanzia laboratori dall’alto, lui è il laboratorio. C’è stato anche un documentario su Netflix su di lui — Don’t Die: The Man Who Wants to Live Forever (2025) — ma forse il modo migliore per conoscerlo è guardare i suoi video su YouTube, che lui e il suo team pubblicano con una certa regolarità. Lì mostra nel dettaglio cosa fa, cosa mangia, come dorme, quante pillole ingoia ogni mattina, e predica uno stile di vita orientato a salvaguardare e prolungare la salute con un rigore quasi monastico.
Decine e decine di integratori al giorno, programmi di allenamento degni di un atleta professionista, routine rigidissime riguardo agli orari dei pasti e — soprattutto — alla qualità e durata del sonno. Questi, più che farmaci sperimentali o cure d’avanguardia, sono gli ingredienti principali del suo programma “Live Forever”. E bisogna dargliene atto: lui non propone un prolungamento della vita a qualunque costo, non si accontenta di aggiungere anni vissuti male. Il suo obiettivo è il ringiovanimento biologico — abbassare l’età misurata dal corpo, non dal calendario — e a questo fine misura costantemente parametri fisiologici che spronano anche il suo pubblico a monitorare, con semplici test di resistenza muscolare, forza, frequenza cardiaca e molto altro.Ma come ci è arrivato? E cosa lo ha spinto a fare di sé stesso un esperimento?
- La vita precedente da imprenditore
- L’impegnativa routine di chi cerca l’immortalità
- L’età biologica vs età anagrafica: ecco come puoi misurarla
- Ma è un esempio da seguire o no?
- Che cosa possiamo trarre dal suo esperimento?
La vita precedente da imprenditore
Bryan Johnson non nasce ricco. La sua è una classica storia americana da founder di startup, con tutti gli ingredienti del genere: un’idea nata dal basso, anni di sacrifici, e infine un’uscita milionaria che cambia tutto — o quasi.
Prima di diventare il volto globale del biohacking, Johnson aveva fondato Braintree, una società specializzata in soluzioni di pagamento digitale per le imprese, lanciata nel 2007. Braintree si distingueva per la semplicità di integrazione per i merchant e per l’esperienza utente fluida — caratteristiche che negli anni successivi l’avrebbero resa molto attraente per i grandi player del settore fintech. Nel 2013, dopo aver acquisito anche Venmo (l’app di pagamento peer-to-peer già in forte crescita), Braintree fu acquisita da PayPal per 800 milioni di dollari. Un’uscita di quelle che nel gergo delle startup si chiama exit — e che trasformò Bryan Johnson in un plurimiliardario a quarant’anni non ancora compiuti.
Eppure, paradossalmente, era fisicamente e psicologicamente a pezzi. Negli anni di costruzione di Braintree, Johnson aveva accumulato uno stress enorme: dormiva male, si alimentava peggio, aveva messo su peso e il suo aspetto fisico rifletteva gli eccessi di chi sacrifica tutto — corpo incluso — sull’altare del successo imprenditoriale. In alcune interviste ha raccontato di aver sofferto di depressione e di aver vissuto anni in cui si sentiva intrappolato in un loop di decisioni disfunzionali, incapace di prendersi cura di sé nonostante le risorse per farlo non mancassero.

È qui che scatta qualcosa. Con il ricavato dell’exit e il tempo finalmente dalla sua parte, Johnson comincia a interrogarsi seriamente su cosa significhi “stare bene” — non nel senso vago e generico del termine, ma in senso biochimico, fisiologico, misurabile. E così nasce Blueprint, il nome che ha dato al suo programma personale di ottimizzazione biologica, strutturato come un protocollo scientifico e non come una dieta o un regime di fitness qualunque. Da quel momento, Johnson diventa il proprio medico, il proprio paziente e il proprio esperimento — con un team di oltre trenta professionisti tra medici, nutrizionisti, fisioterapisti e ricercatori che lo monitorano a cadenza quasi quotidiana.
L’impegnativa routine di chi cerca l’immortalità
Bryan Johnson lo mostra bene in più video: la sua giornata-tipo non somiglia minimamente a quella del comune mortale. E non è una questione di pigrizia o di mancanza di disciplina da parte nostra — è che il suo programma richiederebbe letteralmente una vita organizzata attorno a sé stesso, senza spazio per quasi nient’altro.
La sveglia suona prestissimo, intorno alle 5 del mattino. Già nei primi minuti della giornata scatta una serie di rituali precisi: esposizione a una lampada che simula la luce solare per regolare il ritmo circadiano, utilizzo di un casco a luce rossa a bassa intensità applicato al cuoio capelluto — una tecnologia di fotobiomodulazione che secondo alcuni studi preliminari potrebbe stimolare la rigenerazione cellulare. Poi arriva il momento più iconico della sua routine: le pillole. Non una o due, come potrebbe fare chiunque con un comune integratore di vitamina D. Bryan Johnson assume mediamente oltre cento compresse al giorno, tra cui vitamina C, D3, K2, magnesio, licopene, berberina, metformina (farmaco antidiabetico usato off-label per i suoi possibili effetti anti-aging), rapamicina e molti altri. Un cocktail farmacologico e integrativo che lui e il suo team medico hanno calibrato nel tempo sulla base di analisi del sangue frequentissime e di biomarcatori monitorati quasi in tempo reale.
La colazione è un pasto liquido e precisamente bilanciato — spesso un mix di verdure, noci, semi e integratori — e i suoi pasti nel corso della giornata sono costruiti attorno a un apporto calorico di circa 2.000 kilocalorie giornaliere, con una forte prevalenza di alimenti vegetali. Broccoli, cavolfiore, noci, olio extravergine di oliva, cioccolato fondente ad alta percentuale di cacao, frutti di bosco: sono questi i protagonisti ricorrenti della sua dieta. Niente (o pochissimo) alcol, niente zuccheri raffinati, niente cibo processato. E soprattutto: niente cibo dopo una certa ora. Johnson segue un regime di digiuno intermittente che prevede l’assunzione di tutto il cibo entro una finestra temporale ristretta nella prima metà della giornata, in modo da lasciare al corpo ore sufficienti di digiuno notturno — che lui considera uno degli strumenti più potenti per la rigenerazione cellulare.
L’attività fisica occupa una parte consistente della sua mattina: circa un’ora di esercizio al giorno tra allenamento con i pesi, lavoro cardiovascolare e flessibilità. Non è il tipo da sessioni estenuanti ed eroiche — il suo approccio è metodico, progressivo, basato sui dati. Frequenza cardiaca, variabilità del battito, forza muscolare, VO2 max: ogni parametro viene registrato e ottimizzato nel tempo.
Ma c’è un aspetto della sua routine che lui stesso considera centrale, forse più di ogni altro: il sonno. E qui Johnson diventa davvero ossessivo — nel senso migliore del termine, perché almeno in questo la scienza medica gli dà ampiamente ragione. Il sonno di qualità è uno dei pilastri più solidi della salute metabolica, cognitiva e immunitaria, e la letteratura scientifica degli ultimi anni è pressoché unanime su questo punto. Johnson lo sa bene, e costruisce l’intera seconda metà della sua giornata in funzione del riposo notturno.
Niente schermi nelle ore serali, illuminazione soffusa e orientata verso le lunghezze d’onda del rosso per non sopprimere la produzione di melatonina, niente liquidi oltre una certa ora del pomeriggio per evitare risvegli notturni causati dalla vescica, temperatura della stanza mantenuta bassa, eventualmente una breve passeggiata o lettura di qualche pagina di un libro per scaricare la tensione accumulata. Johnson va a letto ogni sera attorno alle 20:30-21:00, e si vanta spesso — dati alla mano, tracciati con dispositivi di monitoraggio del sonno — di raggiungere notti di sonno profondo e ininterrotto da record.
È un messaggio che, al di là degli eccessi del personaggio, vale la pena ascoltare: non abbiamo ancora farmaci o terapie capaci di rallentare davvero l’invecchiamento in modo significativo e sicuro. Quello che possiamo fare, adesso, è ottimizzare lo stile di vita. E dormire bene — cosa di cui la stragrande maggioranza della popolazione occidentale è cronicamente privata — è uno dei gesti più potenti e gratuiti che possiamo compiere per la nostra salute.
L’età biologica vs età anagrafica: ecco come puoi misurarla
Uno degli aspetti più interessanti — e accessibili — del progetto di Bryan Johnson è la sua enfasi sulla distinzione tra età anagrafica ed età biologica. La prima è quella che sta scritta sul passaporto: il numero di anni trascorsi dalla nascita. La seconda è una stima dello stato funzionale del nostro organismo — quanto effettivamente “vecchio” sia il nostro corpo rispetto ai parametri fisiologici attesi per la nostra fascia d’età.
Johnson afferma di avere un’età biologica corrispondente a quella di un diciottenne — un’affermazione ambiziosa che lui sostiene con misurazioni periodiche di biomarcatori come la lunghezza dei telomeri, la metilazione del DNA (uno dei metodi più affidabili oggi disponibili per stimare l’età biologica, noto come orologio epigenetico), la densità ossea, la composizione corporea e decine di altri indicatori. Naturalmente, avere un team medico dedicato e risorse pressoché illimitate aiuta non poco in questo.
Ma la parte interessante — quella che riguarda anche noi — è che Johnson propone anche test casalinghi, semplici ed economici, per stimare la propria età biologica senza bisogno di laboratori. L’idea di base è semplice: esistono tabelle di riferimento, prodotte da studi in ambito delle scienze motorie e della medicina dello sport, che indicano quali prestazioni fisiche ci si aspetta da individui sani in diverse fasce d’età. Se a quarant’anni non riesci a fare il numero di flessioni che la tabella indica come standard per un quarantenne in buona salute, probabilmente il tuo corpo è più “vecchio” di quanto dica il calendario. E viceversa.
I parametri che Bryan utilizza più spesso nei suoi video includono: la forza della presa (misurata con un dinamometro), la capacità di fare flessioni (push-up test), la velocità di camminata (predittore sorprendentemente robusto di longevità secondo diversi studi epidemiologici), il test della sedia (sedersi e alzarsi dal pavimento senza l’aiuto delle mani — difficoltà crescente con l’età e forte correlatore di mortalità cardiovascolare, secondo una ricerca pubblicata sul European Journal of Preventive Cardiology), e la variabilità della frequenza cardiaca (HRV), misurabile anche con molti smartwatch moderni.
Perché tutto questo? Perché il muscolo, in particolare, è sempre più riconosciuto dalla medicina moderna non semplicemente come tessuto locomotore ma come vero e proprio organo metabolico — capace di secernere molecole chiamate miochine che influenzano positivamente il sistema immunitario, la regolazione glicemica, la salute cerebrale e molto altro. Mantenere e possibilmente aumentare la massa muscolare, specialmente dopo i trent’anni quando il declino fisiologico inizia a farsi sentire, è uno degli strumenti più efficaci per contrastare la sarcopenia — la perdita progressiva di massa e forza muscolare associata all’invecchiamento — e per mantenere il metabolismo efficiente nel tempo.
Quindi, se salire un piano di scale ti lascia già con il fiato corto, o se le flessioni sono un ricordo lontano della palestra del liceo, non è il momento di scoraggiarsi — è il momento di cominciare. E in questo, Bryan Johnson, con tutta la sua eccentricità, offre in realtà un punto di partenza concreto e misurabile.
Ma è un esempio da seguire o no?
Bryan Johnson ha, bisogna riconoscerlo, una qualità comunicativa non comune tra i miliardari visionari: non si prende troppo sul serio. Nei suoi video c’è spesso ironia, autoironia persino, e una consapevolezza dichiarata che il suo è un caso estremo, un esperimento ai limiti delle possibilità umane e finanziarie, non un modello replicabile dalla persona media. È un comunicatore capace, simpatico, e questo lo rende più digeribile rispetto ad altri profeti del transumanesimo che parlano dall’alto di una cattedra tecnologica.
Ma il suo programma è davvero qualcosa da seguire? La risposta onesta è: no, almeno non nella sua forma integrale.
Il primo e più ovvio ostacolo è economico. Il progetto Blueprint di Johnson costa, secondo stime pubbliche, circa 2 milioni di dollari all’anno. Include un team di oltre trenta professionisti — medici, nutrizionisti, fisioterapisti, ricercatori, specialisti in medicina del sonno — che lo monitorano quasi quotidianamente, analisi del sangue frequentissime, dispositivi di monitoraggio avanzati, trattamenti sperimentali come la terapia iperbarica (che prevede sessioni in camere pressurizzate con ossigeno puro, utilizzate inizialmente in medicina per accelerare la guarigione delle ferite e oggi esplorate in chiave anti-aging) e molto altro. È, a tutti gli effetti, uno stile di vita che richiede un’azienda dedicata per essere sostenuto.
Ma anche mettendo da parte i costi, il problema più rilevante è quello del carico sul piano della vita quotidiana. Il programma di Johnson è talmente vincolante — negli orari, nella dieta, nell’allenamento, nelle abitudini serali — da essere incompatibile con quella che la maggior parte di noi chiamerebbe una vita normale. Niente cene fuori oltre una certa ora, niente aperitivi, niente week-end fuori programma. La vita sociale, inevitabilmente, ne risente. E uno stile di vita che genera isolamento e rigidità estrema non è, per definizione, uno stile di vita sano nella sua accezione più completa — quella che include anche le relazioni, il piacere, la spontaneità.
Ci sono poi interrogativi clinici legittimi che la comunità medica non ha ancora risolto. Assumere oltre cento compresse al giorno significa introdurre nell’organismo anche grandi quantità di eccipienti, leganti e sostanze di carica che normalmente non fanno parte di una dieta equilibrata. L’interazione tra molecole diverse in dosi così elevate è difficile da prevedere e ancora poco studiata. E l’uso di farmaci come la metformina o la rapamicina in persone sane — al di fuori cioè dei contesti clinici per cui sono stati approvati — è una pratica controversa: alcuni ricercatori la considerano promettente, altri avvertono che alterare pathway metabolici fondamentali in organismi che non ne hanno bisogno potrebbe avere effetti collaterali imprevisti nel lungo periodo.
Johnson stesso, in fondo, è il primo a dirlo: lui è un esperimento, non una prova. I risultati definitivi, se mai arriveranno, richiederanno anni o decenni di follow-up.
Che cosa possiamo trarre dal suo esperimento?
Detto tutto questo, sarebbe sbagliato liquidare Bryan Johnson come una semplice curiosità mediatica o un miliardario eccentrico con troppo tempo libero. C’è qualcosa di genuinamente utile nel suo progetto, a patto di saperlo filtrare.
Il primo merito è quello di essere un promotore di stili di vita più sani in un’epoca in cui il messaggio opposto — sedentarietà, cibo ultra-processato, sonno sacrificato alla produttività — è ovunque e viene amplificato da miliardi di euro di marketing. Johnson non vende farmaci miracolosi né cure sperimentali accessibili solo a pochi. Nei suoi contenuti social spinge le persone a mangiare più vegetali, a fare movimento quotidiano, a staccarsi dagli schermi la sera, a dormire le ore giuste. Sono messaggi semplici, gratuiti, scientificamente solidi — e il fatto che a veicolarli sia una persona giovane, in forma e visibilmente energica li rende forse più convincenti di quanto potrebbe fare un’altra campagna istituzionale sulla salute pubblica.

Il secondo merito è più sottile ma forse più importante: Johnson dimostra con la propria esperienza che non esistono scorciatoie. Con tutto il denaro del mondo a disposizione, il suo programma di ringiovanimento non si basa su farmaci segreti o terapie cellulari d’avanguardia — si basa su sonno, alimentazione, esercizio fisico e riduzione dello stress. Esattamente le stesse cose che la medicina preventiva raccomanda da decenni a chiunque, a costo zero. Questo è un messaggio importante, perché ci dice che l’autonomia sulla propria salute è molto più grande di quanto siamo abituati a pensare, e che aspettare una pillola magica è, con ogni probabilità, la peggiore strategia possibile.
Il terzo elemento che vale la pena trattenere dal suo progetto è la sua visione della qualità della longevità. Johnson non è interessato a vivere cent’anni in un letto di ospedale. Il suo obiettivo dichiarato è rimanere forte, cognitivamente lucido, fisicamente capace il più a lungo possibile — e poi, si potrebbe dire, spegnersi come una candela piuttosto che consumarsi come una brace. È un cambio di paradigma rispetto al modo in cui siamo abituati a pensare alla vecchiaia: non un lungo declino da gestire, ma una lunga fase di vita in piena forma da conquistare attivamente, giorno per giorno.
È questo, forse, il contributo più duraturo di Bryan Johnson al dibattito sulla salute e sull’invecchiamento: non le pillole, non il casco a luce rossa, non i milioni spesi in analisi del sangue. Ma l’idea — concreta, misurabile, quotidiana — che invecchiare bene sia qualcosa che si costruisce.

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